Etica nella fotografia di viaggio: la lezione della “ragazza dagli occhi verdi”

C’è una fotografia che, nel bene e nel male, mi ha sempre rapito e in un certo senso anche messo in soggezione. Sto parlando di una delle fotografie più potenti di Steve McCurry, Afghan Girl. È una celebre fotografia scattata da Steve McCurry nel 1984, e pubblicata sulla copertina della rivista National Geographic Magazine del numero di giugno 1985. L'immagine divenne una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta.

Perchè è così potente questa foto? Non perché sia “intoccabile”. Non perché sia perfetta. Ma perché è una di quelle immagini che ti entrano dentro prima ancora che tu abbia il tempo di difenderti: lo sguardo ti inchioda, i colori sono calibrati come una promessa, la luce sembra uscita da un quadro. E per anni l’ho vista così: un’icona. Una lezione di fotografia.

Poi, qualche tempo fa, mi è capitato di imbattermi in un contenuto online che la prendeva a martellate esordendo con “se ti piace questa foto allora sei razzista”.

Per me questa foto è complessa, potente e iconica allo stesso tempo, ma credo che non è assolutamente “questa foto apre un problema”, chi ha ideato quel contenuto esprime una sentenza secca, un’ etichetta morale appiccicata addosso a chiunque la apprezzi. E lì mi si è accesa una cosa che conosco bene: quando la fotografia diventa argomento da tribunale social, la complessità viene sacrificata per la viralità.

Però, e questo è il punto, non voglio fare il contrario. Non voglio nemmeno difendere a priori. Perché l’etica nella fotografia di viaggio non è un distintivo da appuntarsi al petto: è un terreno scivoloso in cui, se hai viaggiato davvero con una camera in mano, prima o poi inciampi.

Io ci sono inciampato.

 

Chi sono e perchè è importante quest’ articolo

Questo articolo non è scritto per “fare polemica”, né per dare lezioni dall’alto. Io sono Walter Stolfi, fotografo di viaggio, street e content creator [ scopri di più su di me ]: vivo la fotografia sul campo, nelle strade, nei mercati, nei quartieri lontani dalle cartoline. Negli anni ho viaggiato spesso in Asia e nel Sud-est asiatico con un approccio semplice: macchina fotografica leggera, curiosità, rispetto, e la voglia di raccontare persone e culture senza trasformarle in un pretesto estetico.

Scrivo questo articolo perché oggi, tra social e contenuti veloci, l’etica viene trattata come una sentenza: o sei “giusto” o sei “sbagliato”. Io preferisco un’altra strada: quella delle domande scomode e delle scelte reali che fai quando hai qualcuno davanti all’obiettivo. Se anche tu fotografi in viaggio, fai street, o semplicemente ami le immagini e vuoi capirle oltre la superficie, qui troverai un punto di vista pratico, umano e vissuto che potrebbe esserti d’aiuto.

 

Viaggiare con una camera: il rischio che non vedi subito

Quando ho iniziato a fare fotografia di viaggio mi sono trovato per la prima volta a migliaia di chilometri da casa, a contatto con culture che erano l’opposto della mia. Usi, costumi, distanza personale, rapporto con l’immagine: tutto diverso. E per un fotografo, all’inizio, è come entrare in un parco giochi infinito. Ti senti “libero”. Ti senti ispirato. E proprio lì può nascere l’errore: scambiare il mondo per un set, senza neanche rendertene conto.

Ho viaggiato spesso in Asia e nel Sud-est asiatico e, in tanti contesti, le persone non hanno problemi con le fotografie. Anzi, spesso sono felici, curiose, partecipi. Ma ho imparato sulla pelle che “ti lasciano fare” non significa “hai diritto a tutto”. Mi è capitato di invadere la privacy di qualcuno. E quando me ne sono accorto, ho cancellato lo scatto o ho chiesto scusa. Non per lavarmi la coscienza: per capire cosa stavo facendo davvero.

Oggi, dopo anni, la mia sensibilità mi dice con chiarezza quando posso e quando è meglio evitare. Se sento che non è il caso, non scatto. Se sono al limite, chiedo. Il mio approccio è umile: mi avvicino, faccio notare la camera, scambio due parole. Se c’è sintonia — uno sguardo aperto, un sorriso, una presenza che non è “tolleranza” ma partecipazione — allora lo scatto nasce naturale. Se invece sono in un contesto intimo, o potenzialmente imbarazzante, o capisco che potrei mettere qualcuno in una posizione scomoda… non scatto.

Perché la vera domanda non è “posso farla?”.
La vera domanda è: che cosa sto prendendo a questa persona, anche se lei oggi non se ne accorge?

E qui torniamo a quella fotografia.

 

Un’icona globale, una persona arrivata dopo

Lo scatto famoso della ragazza dagli occhi verdi viene realizzato nel 1984 vicino a Peshawar e diventa copertina di National Geographic nel giugno 1985.
Per anni, però, quella ragazza non è “una persona” per il mondo: è un simbolo. L’identità rimane sconosciuta fino al 2002, quando viene identificata come Sharbat Gula.

Questa sequenza è già un concentrato di etica fotografica: un’immagine diventa universale, mentre la vita reale della persona ritratta resta invisibile.

E non è solo una questione “romantica”. È una questione di potere: la foto corre, fa carriera, diventa linguaggio comune; la persona rimane ferma, dentro la sua storia, spesso senza alcun controllo su ciò che l’immagine diventerà.

Quando Steve McCurry e la redazione si mettono sulle tracce della donna, la verifica della sua identità viene supportata anche da strumenti forensi e da esperti: tra i verificatori citati ci sono un analista dell’FBI e l’inventore del riconoscimento dell’iride.
È quasi surreale, se ci pensi: la tecnologia chiamata a “certificare” un essere umano, perché il mondo ha bisogno che il simbolo torni a coincidere con la realtà.

 

Il problema non è amare una foto. Il problema è cosa ci autorizza a fare.

Dire “se ti piace, sei razzista” è una scorciatoia aggressiva: funziona perché taglia la discussione in due e ti costringe a scegliere una parte. Ma la fotografia non è un test morale, è un linguaggio. E i linguaggi non si giudicano con un verdetto: si studiano, si mettono in crisi, si contestualizzano, soprattutto quando toccano nervi scoperti.

Allo stesso tempo, sarebbe ingenuo far finta che non esista alcun nodo etico. Perché qui non stiamo parlando solo di estetica, ma di un incontro segnato da una distanza enorme: di potere, di contesto, di possibilità. Da una parte c’è chi scatta e decide cosa entra nell’inquadratura e cosa resta fuori; dall’altra c’è una persona vulnerabile, la cui capacità di controllare lo scatto, il suo significato e la sua futura circolazione nel mondo è quasi nulla. E poi c’è il livello più invisibile ma spesso più determinante: ciò che viene costruito attorno a quell’immagine nel momento in cui entra nel circuito editoriale e nel nostro immaginario collettivo, trasformandosi da volto in simbolo.

È troppo facile ridurre tutto a “colpa del fotografo” o, all’opposto, lavarsene le mani dicendo che “non è colpa di nessuno”. La verità è più scomoda: quando una foto diventa un’icona, la responsabilità si distribuisce. Il fotografo compie scelte concrete sul campo, la redazione decide quale immagine rappresenterà una storia e un popolo, e il pubblico (noi) decide come consumarla: come documento o come poster emotivo. La parte inquietante è che spesso ci sentiamo innocenti perché “guardiamo soltanto”. Ma guardare non è mai neutro.

 

CORSI DI FOTOGRAFIA

Se questo articolo ti ha punto nel punto giusto, è normale: significa che non vuoi solo fare “belle foto”, vuoi imparare a fotografare in modo più lucido, più rispettoso, più tuo. È esattamente il motivo per cui ho creato i miei corsi.

Nel Corso Fotografia Base ti porto fuori dal caos delle impostazioni e delle regole confuse: capisci davvero cosa stai facendo quando scatti, impari a controllare luce, esposizione e composizione senza dipendere dall’auto e senza sentirti sempre in ritardo rispetto alla scena. È il corso che avrei voluto avere all’inizio: semplice, concreto, e pensato per portarti risultati reali, non tecnicismi.

Nel Corso Street Photography, invece, entriamo nel cuore di ciò di cui stiamo parlando qui: come stare in strada con una camera senza essere invadente, come avvicinarti alle persone con rispetto, come leggere le situazioni, quando scattare e quando fermarti. Ti insegno il mio metodo sul campo per costruire fotografie vere, non trofei: immagini che reggono nel tempo e che non ti fanno vergognare dopo

 

Quando la bellezza della fotografia diventa un alibi

Quella fotografia è così potente anche perché è “bella” in un senso profondamente occidentale: luce “pittorica”, equilibrio cromatico, sguardo che sembra parlare. È un’immagine che ti dà subito qualcosa.

Ed è proprio lì il rischio: quando un’immagine ti dà troppo, ti chiede meno.
Ti invita a restare comodo. A dire “che capolavoro” e a fermarti lì.

Susan Sontag, in Regarding the Pain of Others, ragiona proprio su questo: guardare immagini di sofferenza non ci rende automaticamente più consapevoli o migliori; anzi, ci obbliga a interrogarci su responsabilità, distanza, contesto e sui limiti del “vedere” quando non possiamo (o non vogliamo) agire.

In altre parole: l’immagine non è la verità, è un frammento. E se quel frammento è troppo seducente, rischia di trasformarsi in consumo emotivo.

Qui mi torna in mente anche Teju Cole, quando critica l’idea di cercare “una grande esperienza emotiva che valida il privilegio” invece della giustizia.
Io lo leggo così, applicato alla fotografia di viaggio: a volte non cerchiamo davvero di capire, cerchiamo di sentirci in un certo modo guardando (o scattando) una storia lontana.

E a quel punto la fotografia diventa pericolosa non perché è bella, ma perché diventa un alibi.

 

Il mio cambio di postura: da “cacciatore di immagini” a ospite

Il mio cambio di postura è stato questo: smettere di comportarmi come un “cacciatore di immagini” e iniziare a muovermi come un ospite.

È la cosa più concreta che posso dirti perché non viene dai libri, non viene dalle frasi motivazionali e nemmeno dalla teoria: viene dalla strada. All’inizio, quando sei in viaggio e tutto ti sembra incredibilmente “fotografabile”, il rischio è fare la cosa più comune del mondo senza neanche accorgertene: prendere piccoli pezzi di vita, portarli via con te e chiamarli “racconto”. Poi, col tempo, capisci che la fotografia più onesta non nasce dalla foga dello scatto, ma dalla relazione — anche minima, anche di dieci secondi, anche solo un contatto umano che ti fa capire se sei benvenuto o se stai forzando una porta.

Oggi il mio modo di lavorare è diventato quasi un rituale, non per rigidità ma per rispetto. Mi avvicino senza invadere, faccio capire chiaramente che ho una camera, lascio che la mia presenza sia leggibile e non ambigua. Scambio due parole, un sorriso, un gesto: qualcosa che trasformi l’atto di fotografare in un incontro, non in un prelievo. E soprattutto imparo a leggere la risposta vera, che spesso non è una parola ma un corpo: lo sguardo che si apre o si chiude, la tensione che sale, la naturalezza che resta o che sparisce. Se la situazione lo consente scatto, ma se percepisco anche solo per un attimo che potrei mettere quella persona in una posizione scomoda, mi fermo.

E sì: a volte rinuncio a una foto che so già sarebbe “pazzesca”. È frustrante? Certo. Ma è anche una delle lezioni più importanti che la fotografia mi abbia dato: non tutto quello che puoi prendere ti appartiene.

 

Una bussola pratica per fotografare persone in modo etico

Non ti lascio con una morale. Ti lascio con una bussola — perché nella realtà le regole assolute non reggono, ma le bussole sì.

1) Il test dei 3 secondi
Prima di scattare, chiediti: sto fotografando una persona o sto collezionando un simbolo?

2) Il test del “ritorno a casa”
Immagina di rivedere quella foto tra cinque anni. Ti sentirai fiero o ti sentirai a disagio?

3) Soglia alta con vulnerabilità e intimità
Minori, dolore, povertà, condizioni fragili: qui la tua responsabilità raddoppia. Anche se “nessuno dice niente”.

4) Se devi “apparecchiare”, chiamalo col suo nome
Un ritratto costruito può essere bellissimo e legittimo. Ma non venderlo (neanche a te stesso) come documento spontaneo.

5) Chiedere non è debolezza, è stile
Chiedere non toglie magia: spesso la aumenta, perché trasforma lo scatto in incontro.

6) Non usare la caption per fare il poeta sulla vita degli altri
La didascalia può restituire dignità o può colonizzare la storia con la tua voce. Scegli con cura.

7) Se senti che “la foto funziona troppo bene”, fermati
È un campanello d’allarme reale: cliché perfetto, scena perfetta, emozione pronta. Chiediti cosa stai semplificando.

8) Allenati a rinunciare
La rinuncia è una competenza creativa. È ciò che separa la fotografia che “prende” dalla fotografia che “incontra”.

 

McCurry e il punto che molti saltano

Dire che quella fotografia è “solo ego” è una semplificazione comoda, perché ti permette di liquidare tutto con un colpevole e chiudere la discussione. Dire che è “solo arte” è un’altra semplificazione, forse ancora più comoda, perché ti consente di goderti la bellezza senza portarti dietro nessuna domanda. La verità, come spesso succede con le immagini che diventano mito, sta nel mezzo. Ed è proprio per questo che quella foto continua a far discutere: non perché sia una reliquia intoccabile, ma perché è un perfetto caso studio su come un’immagine possa essere contemporaneamente straordinaria e problematica, potente e ambigua, capace di aprire finestre sul mondo e allo stesso tempo di chiuderle con una cornice troppo stretta.

McCurry, volenti o nolenti, ha influenzato l’immaginario del viaggio e del reportage: ha reso desiderabile un certo tipo di fotografia, ha reso “iconico” un modo di guardare, ha insegnato a intere generazioni che una storia può stare in uno sguardo, che il colore può essere narrazione, che la composizione può trasformare un frammento in simbolo. Il problema nasce quando il simbolo divora la persona. Quando un volto smette di essere un individuo e diventa un continente intero, un conflitto intero, una categoria intera. Lì la fotografia non è più solo un’immagine: diventa un dispositivo culturale. E un dispositivo culturale, per definizione, porta con sé potere.

Se vogliamo davvero imparare qualcosa da questa storia, allora il focus non dovrebbe essere “chi è il colpevole?”, come se bastasse puntare un dito per essere a posto. Il focus dovrebbe essere più intimo e più scomodo: che tipo di fotografo voglio essere quando sono lontano da casa, davanti a una vita che non è la mia? Che cosa sto cercando davvero in quell’immagine: un racconto o una conferma? Una relazione o un trofeo? Una storia o un poster emotivo?

 

FAQ – Etica nella fotografia di viaggio

Che cosa significa “colonialismo fotografico”?

Per “colonialismo fotografico” si intende una dinamica in cui chi scatta racconta l’altro da una posizione di potere, riducendolo a simbolo o stereotipo. Il rischio è usare persone e culture come “materiale narrativo” senza reale agency. In pratica: l’immagine parla più di chi guarda (o pubblica) che di chi è fotografato.

Serve sempre il consenso nella street photography?

Legalmente non sempre, ma eticamente sì: serve almeno un consenso “reale”, leggibile nella relazione e nel contesto. Se percepisci disagio, chiusura o imbarazzo, quello è già un no. La regola pratica è semplice: se la foto mette la persona in difficoltà, fermati.

È etico fotografare bambini in viaggio?

È etico solo con una soglia di attenzione molto alta. Un minore non può prevedere come verrà usata la sua immagine online, quindi non basta che “sia normale” nel Paese. Chiediti sempre se la foto protegge o espone, e se può creare disagio o rischio futuro: in caso di dubbio, non pubblicare.

Come evitare il “poverty porn” in fotografia di viaggio?

Eviti il “poverty porn” quando smetti di fotografare la vulnerabilità come estetica o scorciatoia emotiva. Serve contesto, dignità e complessità: una persona non è la sua condizione. Se una foto riduce qualcuno a “povero”, stai semplificando più che raccontando.

Come chiedere una foto senza mettere pressione?

Avvicinati con calma, fai capire che hai la camera e dai alla persona spazio reale per dire no. Non insistere, non convincere, non trasformare la richiesta in un obbligo sociale. Il test è questo: se ricevi un no e resti sereno, stavi chiedendo davvero.

Perché “Afghan Girl” è diventata un simbolo così potente?

Perché combina uno sguardo magnetico e un’estetica immediata con una narrazione editoriale che l’ha trasformata in icona. Il pubblico ci ha proiettato significati enormi, fino a far diventare un volto “un continente intero”. È potente proprio perché semplifica, e qui nasce il tema etico.

 

Conclusione

Non dobbiamo vivere con la paura di scattare, perché la paura rende rigidi e la rigidità ammazza la fotografia. Ma dobbiamo vivere con la responsabilità di come scattiamo, perché una camera non è solo un oggetto: è un amplificatore. Amplifica la bellezza, certo, ma amplifica anche le asimmetrie. Amplifica la tua libertà e, se non stai attento, può comprimere quella degli altri.

La fotografia di viaggio, quando è fatta bene, è una delle poche cose che riesce ad avvicinare mondi lontani senza urlare. Può creare ponti, può aprire curiosità, può farci vedere persone e culture non come “altro”, ma come umanità. Però c’è una linea sottile — invisibile, ma reale — oltre la quale smette di essere incontro e diventa conquista. E quella linea spesso non la superi con cattiveria: la superi con fretta, con ego, con fame di scatto, con l’idea che “se è bello allora va bene”.

È per questo che, oggi, quando sono in strada e sento quella tensione — la foto perfetta lì davanti, e allo stesso tempo quel dubbio piccolo che non ti lascia — mi ripeto una frase semplice, quasi banale, ma che mi salva ogni volta:

Non chiederti se puoi fare la foto. Chiediti se, facendo quella foto, stai ancora rispettando la persona davanti a te.

 
 

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