La Fine dei Social Media: cosa cambia davvero nel 2026

C’è un momento preciso, quasi ridicolo, in cui capisci che qualcosa si è rotto. Non perché hai letto un report, non perché un “guru” ha fatto l’ennesimo video con la faccia in primo piano e la scritta “SEGRETO DELL’ALGORITMO” o “COME CRESCERE SUI SOCIAL” a caratteri cubitali. Lo capisci perché ti succede addosso, mentre stai facendo la cosa più normale del mondo.

Nel mio caso è stato dopo aver pubblicato una foto, un video, un reels, uno short o addirittura in alcuni casi un articolo del mio blog.

Se parliamo di fotografia mi riferisco a delle Foto vere. Di quelle che non nascono per fare numeri, ma perché ti bruciano dentro. Una scena di strada, luce giusta, composizione istintiva, quel tipo di immagine che ti ricorda perché hai iniziato a fotografare e perché, nonostante tutto, continui.

Premo “condividi”. Aspetto. Scorro. Torno a controllare. Aspetto ancora.

E la sensazione è questa: non è che la foto o il contenuto non piaccia. È come se non esistesse. Come se avessi appeso la foto in una stanza chiusa, in una casa dove non passa nessuno. Un posto perfetto, silenzioso, inutilmente perfetto. Un museo senza visitatori.

È lì che ti viene da ridere, poi da incazzarti, poi da fare l’unica domanda che fa male davvero: ma i social… sono ancora social?

Perché se “social” significava comunità, relazione, crescita organica, la sensazione è che quell’epoca stia finendo. Non che smetteremo di usare Instagram, YouTube, TikTok, Facebook. Quelli rimarranno, come rimangono i centri commerciali anche quando non ci vai più per piacere ma per necessità. Il punto è un altro: è finito il modo in cui li abbiamo vissuti fino ad ora. È finito il patto implicito che rendeva tutto sensato.

 

Chi sono e perchè questo articolo è importante per te

Io non scrivo questo articolo da “esperto di social”. Lo scrivo da uno che ci ha vissuto dentro, e ci vive ancora. Mi chiamo Walter Stolfi e sono un fotografo di viaggio e street, un content creator che per anni ha usato Instagram, YouTube e tutto il resto come si usavano una volta: per raccontare storie, trovare persone simili a me, costruire una piccola comunità reale intorno a immagini reali [ scopri di più su di me ]. Ho girato posti lontani, ho fotografato sconosciuti, ho passato notti a montare video quando nessuno li aspettava, e ho imparato una cosa:

il valore di quello che fai non è mai stato nei numeri, ma nel tipo di persone che riesci a toccare.

Negli ultimi mesi però ho sentito cambiare l’aria. Come se la stanza si fosse riempita di rumore, e la parte umana — quella che ti fa restare, quella che ti fa fidare — fosse diventata improvvisamente rara. E io non voglio essere uno che si lamenta perché “non va più come prima”. Voglio essere uno che capisce cosa sta succedendo, lo guarda dritto in faccia e sceglie come muoversi.

Quindi se sei qui per l’ennesima guida su “come crescere”, questo articolo non fa per te. Se invece senti anche tu che i social stanno diventando qualcos’altro e vuoi capire come restare vero mentre tutto diventa artificiale, allora siamo nella stessa conversazione. E vale la pena farla bene.

 

Newsletter

Se questo pezzo ti sta colpendo, ti dico una cosa semplice: non voglio che resti un’idea letta e dimenticata mentre scrolli. Perché il punto non è capirlo, è farci qualcosa.
Per questo ho una newsletter: non è spam, non è “promozioni ogni due giorni”. È il posto dove scrivo davvero come lavoro, come penso e come sto provando a costruire una creatività che non dipende dai capricci dell’algoritmo.

Se ti va di restare in contatto in modo umano, iscriviti: è il modo più pulito per non perdersi.

 

Com’era crescere sui social prima del 2020 (e perché funzionava)

Se eri sui social prima del 2020, ti ricordi com’era l’aria. Era diverso. Non migliore per forza, ma diverso.

C’era più spazio. Più tempo. Più margine di manovra. Potevi crescere raccontando la tua storia senza doverla trasformare in un format. Potevi fare tutorial, vlog, consigli, reportage, riflessioni. Potevi essere un fotografo e non un intrattenitore travestito da fotografo.

E soprattutto, la crescita aveva una logica quasi “umana”.

Pubblicavi e chi ti seguiva lo vedeva. Magari non tutti, ma molti. E se la cosa era buona, la gente la salvava, la commentava, la condivideva. Non perché era “ottimizzata”, ma perché era utile o bella o vera. Se eri costante, costruivi un rapporto. Se costruivi un rapporto, crescevi.

Oggi quel modello non è sparito, ma è diventato un’eccezione. Un ricordo. Una cosa che funziona “ogni tanto”, come certe canzoni che ti capitano in shuffle e ti fanno venire nostalgia di quando Spotify non ti conosceva ancora così bene.

La differenza più grande non è tecnica. È psicologica.

Prima avevi l’impressione di parlare a persone. Oggi hai l’impressione di parlare a un sistema.

E quando parli a un sistema, succede una cosa strana: inizi a dubitare di te stesso anche quando hai fatto un lavoro buono. Perché il sistema non ti restituisce feedback coerenti. Ti dà silenzio. E il silenzio, alla lunga, ti mangia.

 

I social oggi: algoritmi, test fuori dai follower e reach che si assottiglia

La verità è che oggi non pubblichi e basta. Oggi pubblichi e vieni “testato”.

I social hanno smesso di essere una specie di bacheca dove chi ti seguiva si metteva comodo e guardava cosa avevi da dire. Sono diventati motori di raccomandazione. Macchine che prendono il tuo contenuto e lo buttano in giro per capire se tiene, se “aggancia”, se genera segnali.

E questa cosa, detta così, sembra anche affascinante: “wow, allora posso essere scoperto da chiunque”. È vero. Ma è anche una lama.

Perché il test spesso avviene su pubblici freddi. Persone che non ti conoscono. Che non hanno nessun motivo per ascoltarti fino in fondo. Che non hanno pazienza per il tuo ritmo, per il tuo linguaggio, per il tuo tipo di contenuto.

Se funziona, vieni premiato. Se non funziona, vieni spento.

E il punto è che “non funziona” non significa sempre “fa schifo”. Significa che non ha generato abbastanza reazioni immediate, o che è stato mostrato alle persone sbagliate, o che è stato consumato nel momento sbagliato, dentro un feed pieno di altra roba più urlata.

Questa è una delle grandi trappole del presente: ti fanno credere che il problema sia tuo, quando spesso è il contesto.

E intanto ti ritrovi a produrre con l’ansia. Non l’ansia creativa buona, quella che ti spinge a migliorare. L’ansia da prestazione algoritmica. Quella che ti fa cambiare idea a metà progetto perché “tanto non lo vedrà nessuno”.

 

Saturazione e contenuti AI: quando il rumore copre il segnale

La saturazione non è una percezione, è un ambiente. È il clima in cui vivi ogni volta che apri un’app.

Non è solo che ci sono tanti creator. È che c’è una quantità di contenuti che ormai è fuori scala. Ogni minuto viene pubblicato di tutto, in ogni nicchia, in ogni lingua, in ogni formato. E la cosa davvero inquietante è che questo flusso non rallenterà. Perché con l’intelligenza artificiale la produzione di contenuti non è più limitata dal tempo umano.

Prima, per creare qualcosa dovevi metterci ore, giorni, settimane. Anche se facevi contenuti “semplici”, dovevi viverli, pensarli, montarli, riscriverli. Ora basta un’idea e un tool.

Un’immagine. Un video. Una grafica. Un testo. Una voce sintetica. Dieci varianti. Cento varianti. Mille varianti.

Non è fantascienza. È già normale.

E quando la produzione diventa infinita succede una cosa precisa: l’attenzione diventa la risorsa più rara del pianeta. Non perché le persone siano peggiori, ma perché il loro cervello è lo stesso di sempre. È l’offerta che è esplosa.

È qui che arriva la verità più cruda: i social non premiano più “il valore” in senso romantico. Premiano ciò che cattura attenzione. E ciò che cattura attenzione, spesso, è intrattenimento puro. È dopamina. È contenuto progettato per farti reagire, non per farti pensare.

Le persone scrollano come se cercassero qualcosa che non arriva mai. Una micro-scarica, un’altra, un’altra ancora. È un continuo “dammi di più”, e il problema è che se tu proponi qualcosa che richiede due secondi di silenzio in più, rischi di perdere.

E allora tanti creator fanno la cosa più naturale e più triste: si adattano. Urlano di più. Tagliano di più. Semplificano di più. Sporcano di più.

E in mezzo a tutto questo, chi fa contenuti che hanno bisogno di tempo — fotografia, storytelling, documentario, riflessioni — si sente un pesce fuor d’acqua.

 

Corso di Fotografia Base

Ecco perché, in mezzo a tutto questo rumore, io torno sempre alla stessa cosa: fondamenta. Non l’attrezzatura, non il trend, non la “strategia del mese”. Fondamenta.
Se senti che stai scattando tanto ma stai crescendo poco (come fotografo, non come follower), il punto spesso non è lavorare di più: è lavorare meglio.

Ho un corso di fotografia base pensato proprio per questo: riportarti a un metodo semplice, pratico, senza fumo. Quello che ti fa migliorare davvero, anche se i social domani cambiano di nuovo pelle.

 

La fine (vera) non è dei social: è dell’idea di community automatica

C’è una frase che sento ripetere ogni anno, con la stessa energia con cui si annuncia “la dieta definitiva”: “quest’anno è cambiato tutto”.

La verità è che sì, cambia tutto… ma non come te lo raccontano. Non con la nuova funzione. Non con il nuovo trend. Non con il nuovo “segreto”.

Il cambiamento vero è strutturale: c’è più competizione di prima, e la competizione cresce più velocemente della domanda di attenzione. Tradotto: la crescita media rallenta.

Puoi ancora crescere. Puoi ancora fare numeri. Puoi ancora esplodere. Ma non puoi più considerarlo normale. Non puoi più basare la tua identità creativa su quel grafico che sale.

E qui arriva un altro punto che quasi nessuno vuole accettare: la crescita sui social oggi è diventata più casuale e più imprevedibile. Non perché tu non abbia controllo, ma perché l’ambiente è troppo rumoroso.

Puoi fare un video mediocre e prendere mille volte più views di un lavoro che ti ha richiesto settimane. Puoi fare un contenuto importantissimo e vederlo morire, mentre un meme improvvisato vola.

Questo non significa che “non devi impegnarti”. Significa che devi cambiare aspettative. Devi smettere di misurare il valore con la reach. Devi smettere di considerare la visibilità come un diritto.

Perché oggi la visibilità è un premio che il sistema distribuisce quando gli conviene.

 

Una nota che fa male a chi fa fotografia: il declino della foto non è paranoia

Qui lo dico senza girarci attorno, perché è una ferita comune: se fai fotografia, sui social ti senti spesso penalizzato.

Non perché la foto sia morta. La foto non morirà mai. Ma perché molte piattaforme — soprattutto quelle che vivono di scorrimento veloce — preferiscono il video per un motivo semplice: il video trattiene.

Se guardi un reel per quindici secondi, sei rimasto lì quindici secondi. Se guardi una foto, magari la guardi un attimo e scorri. Anche se la foto è potentissima. Anche se ti rimane in testa.

E allora la fotografia, dentro un mondo che premia “tempo trattenuto”, parte svantaggiata. Non è una questione di qualità artistica, è una questione di meccanica.

Questo non vuol dire che devi smettere di fare foto. Vuol dire che devi smettere di affidare il destino della tua fotografia a un formato che non è più al centro.

E qui è importante essere onesti: per anni Instagram è stato “la casa” della fotografia. Oggi è una vetrina rumorosa che ti costringe ad accompagnare la foto con altro se vuoi che venga ascoltata.

È ingiusto? Forse sì. Ma è reale.

 

Corso di Street Photography

La street, per me, è anche una forma di resistenza. Non contro i social, ma contro la superficialità. È imparare a stare nel mondo, a vedere, a leggere le persone senza consumarle.
Se è il tipo di fotografia che ti chiama ma ti blocchi sempre sugli stessi punti (paura, approccio, “non so cosa fotografare”, “non mi viene niente di buono”), ho costruito un corso di street photography che non è una lista di regole: è un percorso per trovare occhio, coraggio e linguaggio. Perché la street non si copia, si costruisce.

 

L’algoritmo non ama te. Ama ciò che fai succedere.

Questa frase sembra cinica, ma è liberatoria: la piattaforma non ti deve niente. Non “riconosce” il tuo impegno. Non premia la tua fatica. Premia i segnali.

E i segnali sono comportamenti: se la gente si ferma, se la gente interagisce, se la gente invia, se la gente guarda fino in fondo.

Quando Adam Mosseri, il capo di Instagram, ne parla (e lo cito solo per mettere un punto chiaro), sottolinea una cosa importante: se vuoi capire perché un contenuto ha funzionato, spesso le metriche più indicative sono quelle legate a quanto viene condiviso in privato e a quanto viene consumato davvero, non solo “apprezzato” con un like.

Perché un like è veloce. Un invio è un gesto. Un watch time è una scelta.

E allora capisci perché spesso la “spazzatura” vince: perché è costruita per generare reazioni immediate. Risata, shock, indignazione, curiosità. Dopamina.

La vera domanda non è “come faccio più like”. La vera domanda è “che gesto sto provocando”.

E qui si apre una responsabilità: se vuoi emergere nel rumore, devi imparare a creare contenuti che non siano solo belli o utili, ma che muovano qualcosa. Non in modo manipolatorio, ma in modo umano.

La gente condivide ciò che la rappresenta. La gente manda a un amico ciò che sente vero. La gente guarda fino in fondo ciò che la prende per mano.

 

L’AI renderà tutto più perfetto… e quindi più sospetto

Siamo entrati in un’epoca in cui la perfezione è diventata economica. Prima, per creare qualcosa di perfetto dovevi essere bravo, avere tempo, avere strumenti, avere cultura visiva. Ora puoi essere mediocre e produrre immagini “incredibili” in dieci secondi.

Il risultato è che la perfezione perderà valore.

E non solo perché “tutti possono farla”. Ma perché la perfezione, in un mondo di AI, diventa sospetta. Diventa liscia. Diventa anonima.

Arriveremo — anzi, ci siamo già in parte — a un punto in cui non potrai fidarti di un’immagine o di un video solo perché sembra reale. E questo cambia tutto.

Perché quando la realtà diventa falsificabile, la fiducia torna al centro. Non la fiducia nel contenuto, ma la fiducia nella persona.

Chi sei, da quanto esisti, cosa hai fatto nel tempo, che coerenza hai, che responsabilità ti prendi quando parli. In un mondo pieno di avatar e deepfake, la tua faccia vera, la tua voce vera, il tuo modo vero di raccontare diventano un asset.

E qui arriva il tuo punto, quello che secondo me è la chiave dell’articolo: la risposta non è diventare più perfetti. È tornare più umani.

 

È finita un’era, ma non è finita la partita: come si sopravvive (e si cresce) nel 2026

Sarebbe facile chiudere con “i social sono morti” e farla finita. Sarebbe anche comodo. Darebbe un colpevole. Ti permetterebbe di mollare tutto e sentirti giustificato. Ma non è così. I social non moriranno. Continueranno a essere la porta d’ingresso. Continueranno a essere un posto dove la gente passa ore. Continuano a essere un canale potente, se sai usarlo.

È finita però l’illusione che basti pubblicare. È finita l’idea che il feed sia casa. È finita l’epoca in cui la relazione era automatica.

Oggi devi essere intenzionale. Oggi devi costruire fiducia. E la fiducia non si costruisce con un reel virale ogni tanto. Si costruisce con una presenza coerente.

Qui entra il punto più importante: la strategia anti-AI non è “odiare l’AI”. È usare l’AI come strumento, senza lasciare che sostituisca la tua identità. Il modo in cui ti differenzi adesso non è facendo più contenuti. È facendo contenuti che non possono essere replicati. Contenuti che portano la tua impronta. E questa impronta, per me, nasce da due cose: autenticità e profondità.

 

La via d’uscita: autenticità, YouTube long form e relazione diretta

L’autenticità, oggi, viene spesso venduta come una posa. “Sii autentico” è diventata una frase da coach, quasi vuota. Ma se la togli dal marketing e la riporti alla vita vera, l’autenticità è semplicemente questo: essere riconoscibile.

Riconoscibile nel modo in cui guardi il mondo. Nel modo in cui scegli cosa raccontare e cosa no. Nel tono con cui parli. Nelle ossessioni che ti porti dietro. Nelle paure che non nascondi. Nelle cose che ti fanno ridere. Nelle cose che ti fanno incazzare.

E qui voglio spostare l’attenzione dai social “veloci” a quello che spesso viene sottovalutato: YouTube.

Perché se c’è un posto, oggi, dove puoi ancora essere davvero te stesso, è il long form.

YouTube, con tutti i suoi difetti, ha una cosa che gli altri social stanno perdendo: il tempo.

Il tempo ti permette di respirare. Di spiegare. Di raccontare. Di essere contraddittorio. Di non dover fare sempre la battuta nei primi due secondi. Di costruire un’atmosfera. Di far entrare le persone dentro la tua testa, non solo dentro il tuo feed.

Un contenuto lungo su YouTube ti permette di esprimerti al 100%. Ti permette di mostrare non solo il risultato, ma il processo. Non solo la foto, ma la strada. Non solo il viaggio, ma la parte che nessuno posta: l’attesa, la fatica, il momento in cui non sai se stai facendo la cosa giusta.

E lì nasce la fiducia.

Perché la fiducia non nasce da un contenuto che “funziona”. Nasce da un contenuto che ti fa sentire vicino a qualcuno. Nasce da una voce che riconosci. Da una presenza che diventa familiare.

Un reel può farti scoprire. Un video lungo può farti restare.

È lì che la community torna a essere community. Non perché commentano tutti, ma perché ti seguono nel tempo. Ti ascoltano. Si ricordano di te. Ti scrivono mesi dopo. Ti dicono frasi che non parlano del tuo “contenuto”, ma di te: “mi hai fatto venire voglia”, “mi hai fatto cambiare idea”, “mi hai fatto sentire meno solo”.

E se ci pensi, è esattamente quello che l’AI non potrà mai replicare davvero: la relazione nel tempo.

 

Coaching 1:1 in videochiamata

Il long form non ti salva perché “fa più views”. Ti salva perché ti costringe a essere vero: se sei vuoto, dopo due minuti si sente. Se sei presente, si vede.
E qui succede una cosa: tanti hanno talento, hanno storie, hanno anche materiale… ma non riescono a tirarlo fuori con chiarezza. È il motivo per cui faccio coaching 1:1. Non per insegnarti a “fare contenuti”, ma per aiutarti a trovare una direzione: cosa raccontare, come farlo, come rendere la tua voce riconoscibile senza diventare un personaggio.

 

La vera uscita di sicurezza: smettere di vivere in affitto

Qui c’è un passaggio che per me è fondamentale, perché è la differenza tra subire il cambiamento e usarlo a tuo favore: per quanto io sia a favore dell’affitto nella vita, ma online no. Se la tua casa è una piattaforma che non controlli, basta un aggiornamento e ti cambiano le regole mentre sei ancora dentro.

Se tutto ciò che fai vive solo dentro piattaforme che non controlli, sei vulnerabile. Sempre. Ogni aggiornamento, ogni cambio di algoritmo, ogni nuova funzione può spostare il terreno sotto i piedi.

Per questo non basta “essere autentici” dentro le piattaforme. Serve anche costruire qualcosa di tuo: un sito web, un blog, una newsletter, un archivio, un progetto che non dipenda da un feed.

Non per fare il nostalgico. Ma per avere una casa.

Perché i social oggi sono ottimi per la scoperta, ma pessimi per la stabilità. Sono ottimi per il primo contatto, ma non per costruire profondità. Ti danno velocità, ma ti tolgono memoria.

E chi fa fotografia e storytelling vive di memoria. Vive di continuità. Vive di un filo che unisce.

 

Workshop di Fotografia

A volte la svolta non arriva da un altro tutorial. Arriva da un’esperienza. Da una giornata in cui esci, scatti, sbagli, ti confronti, e a fine giornata ti accorgi che non stavi cercando “più tecnica”… stavi cercando contesto.
È il motivo per cui faccio workshop: perché la fotografia, quando la vivi sul campo, ti rimette in contatto con il motivo per cui hai iniziato. E perché conoscere persone con la tua stessa fame ti cambia più di qualsiasi algoritmo.

 

Conclusione: come usare i social nel 2026 senza farti usare

Se devo chiudere questo pezzo con una frase sola, è questa:

Non è finita la possibilità di crescere. È finita l’illusione che basti pubblicare.

Il vecchio patto era: “io creo, voi vedete”. Il nuovo patto è: “io creo, l’algoritmo decide se merito di essere visto”.

E allora l’unico modo per non impazzire è smettere di inseguire la reach come fosse un voto, e tornare a fare quello che dovrebbe fare un creator vero: costruire fiducia, linguaggio, presenza.

I social saranno sempre più pieni di contenuti. Sempre più automatici. Sempre più “spettacolo”.

E proprio per questo, chi riesce a restare umano, a raccontare bene, a non avere paura di essere imperfetto, avrà un potere enorme.

Perché quando tutti urlano, chi parla piano diventa impossibile da ignorare.

E forse è questa la vera “fine”: la fine dell’era in cui i social decidevano chi eri.

Da qui in poi, o lo decidi tu… o lo deciderà qualcun altro al posto tuo.

 

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