2026 è il nuovo 2016: perché stiamo tutti tornando indietro
Scorri Instagram e, senza accorgertene, ti sembra di aver cambiato epoca. Foto sgranate, flash frontale, outfit che oggi farebbero sorridere, filtri “bruttini” ma affettuosi, caption che non cercano di venderti niente. E soprattutto: persone vere, amici veri, facce familiari. Negli ultimi giorni questo déjà-vu è diventato un trend gigantesco: “2026 is the new 2016”, “2016 vibes”, “2016 dump”. Non è solo nostalgia: è un segnale.
Perché proprio il 2016? Perché adesso? E perché così tante persone, in Europa e negli Stati Uniti, ma ormai ovunque, stanno riesumando il proprio archivio come se fosse una capsula del tempo da riaprire tutti insieme? Io una risposta me la sono data, ed è meno romantica di quanto sembri.
Questo trend non parla del 2016. Parla del 2026. Parla di come siamo arrivati fin qui, di cosa ci ha stancato, e di cosa ci manca davvero.
Chi sono io e perché ha senso che tu legga questo articolo
Mi chiamo Walter Stolfi [ scopri di più su di me ]. Fotografo di viaggio e street, content creator, storyteller: passo la vita a osservare il mondo e a raccontarlo — non solo con le immagini, ma con quello che ci sta dietro. Le persone, le città, la cultura, l’atmosfera di un posto… e anche il modo in cui internet cambia il nostro modo di vivere tutto questo.
Per me l’archivio non è una cartella sul computer. È memoria, identità, prova. Ogni tanto, mentre preparo un video o un articolo, mi ritrovo a rivedere foto di anni fa e succede una cosa strana: non rivedi solo te stesso, rivedi un intero ecosistema. Rivedi com’era il mondo digitale. Rivedi cosa ti sembrava importante. E rivedi quanto eri libero.
Ecco perché questo trend mi interessa. Perché non è “una moda passeggera” e basta. È un termometro emotivo collettivo. E se lo leggi bene, ti dice dove stiamo soffocando.
Strumenti che ho creato per aiutarti
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Cos’è il trend “2026 è il nuovo 2016” e perché sta esplodendo
La superficie è semplice: si postano foto e video del 2016. Selfie in bagno, vacanze, serate, primi lavori, scuole superiori, università, amicizie. Estetica volutamente low-fi: filtri Instagram vecchio stile, grana, colori sparati, flash, screenshot di vecchi feed. E poi i simboli pop di quell’anno: Pokémon Go, dab, bottle flip, Mannequin Challenge, l’era Vine, hit musicali che oggi ti riaccendono il cervello in due secondi.
Non è solo percezione: i numeri indicano un’ondata reale. Secondo quanto riportato da The Independent, TikTok avrebbe registrato un aumento molto forte delle ricerche per “2016” in una singola settimana e decine di milioni di video legati a un filtro “hazy” ispirato a quell’estetica.
E, come sempre, quando una cosa diventa virale, ci entrano anche le “celebrities”: da post nostalgici a photo dump “you had to be there”. In pochi giorni lo hanno cavalcato in tantissimi, e la stampa pop ci ha costruito sopra un vero e proprio racconto del fenomeno.
Fin qui, tutto normale: internet ama i revival. Ma il punto non è cosa postiamo. È perché ci stiamo tornando.
Perché proprio il 2016: nostalgia digitale e internet più leggero
Il 2016, per molti, è stato l’ultimo “anno leggero” in un senso molto specifico: non perché la storia fosse semplice (non lo era), ma perché il digitale lo era di più.
Nel 2016 i social non erano ancora quello che sono oggi. Instagram non era onnipresente come adesso; Facebook, WhatsApp, Snapchat avevano un peso diverso, e per alcuni c’era anche Tumblr. I contenuti erano più grezzi, meno performativi. I filtri non servivano a “perfezionarti la faccia”: servivano a giocare, a trasformarti, a fare una cosa stupida e basta.
E qui arriva il passaggio chiave: nel 2016 cambia proprio la struttura di come consumiamo i contenuti.
Il punto di svolta: dal feed cronologico all’algoritmo (Instagram)
Se vuoi capire perché la gente idealizza quel periodo, devi guardare alla meccanica, non all’estetica.
Per anni Instagram è stato un flusso cronologico: aprivi e vedevi cosa avevano postato le persone che seguivi, in ordine. Poi è arrivata la svolta: l’algoritmo che decide per te cosa mostrarti. TechCrunch lo racconta chiaramente: Instagram ha abbandonato il feed cronologico e ha introdotto quello algoritmico nel 2016.
Da lì, lentamente, è cambiato tutto. Abbiamo iniziato a vedere sempre meno “persone che conosco” e sempre più contenuti selezionati per trattenerci dentro l’app, abbiamo accettato un aumento progressivo di pubblicità e raccomandazioni, e ci siamo ritrovati in un ambiente dove la visibilità non era più un flusso naturale ma una variabile decisa da sistemi opachi.
In parallelo è cresciuta la pressione: performare, ottimizzare, pubblicare con costanza, rincorrere la strategia giusta, come se smettere per un attimo significasse sparire. La creator economy è esplosa dopo, certo, ma quella è stata la crepa iniziale. Il 2016 è diventato, col senno di poi, il confine emotivo tra social come diario e social come palcoscenico.
Il 2016 non ci manca per i chokers: ci manca un internet più umano
Qui entra la parte che mi interessa davvero: perché questo trend piace anche a chi nel 2016 era giovanissimo alla cosiddetta Gen-Z e magari lo ha vissuto “di riflesso”?
Perché stiamo vivendo un 2026 iper-accelerato: reels, shorts, trend, balletti, formati identici, montaggi pensati per dopamina e retention. E in mezzo… una quantità crescente di contenuti generati (o “levigati”) dall’intelligenza artificiale, che spesso sembrano perfetti ma non lasciano niente dentro.
Forbes collega questo ritorno al 2016 a un malessere più ampio: una sorta di rifiuto dell’internet attuale e un desiderio di reset culturale, nato anche come battuta e diventato sentimento.
Ecco la mia lettura, senza filtri: stiamo cercando ossigeno.
Non è nostalgia del passato, è stanchezza del presente.
2026: velocità, performance e contenuti IA (perché ci stanca)
Qui parlo da creator, ma anche da persona.
Oggi creare è stressante. Non perché sia “difficile fare un post”, ma perché è difficile fare un contenuto con spessore in un oceano di rumore. È difficile metterci la faccia quando ti sembra di essere invisibile. È difficile restare motivato quando ogni piattaforma cambia regole, quando devi inseguire metriche che non controlli, quando ti dicono prima “usa i social” e poi “usa l’AI” come se fosse la nuova salvezza.
E mentre succede questo, molti contenuti diventano simili: stessi ganci, stessi tagli, stessi template emotivi, stessa estetica “pulita”, stessa recita. È intrattenimento velocissimo, sì, ma spesso senza anima. Il problema non è la tecnologia in sé, è l’uso che ne facciamo e il contesto in cui la inseriamo. Se l’obiettivo diventa solo trattenere l’attenzione, allora tutto tende a uniformarsi: paura, stupore, indignazione, il colpo ad effetto. E alla fine ti resta addosso la sensazione di aver consumato tanto senza aver sentito niente.
Non sto dicendo “AI = male”. Sto dicendo: se togli il contatto umano, resta solo il rumore. E questo trend è la prova che, sotto sotto, lo sappiamo tutti.
Attenzione: il 2016 non era un paradiso (e idealizzarlo è un rischio)
Qui serve onestà: anche il 2016 ha avuto tragedie, polarizzazione, ansia collettiva. E diversi articoli lo ricordano, proprio per evitare l’effetto “si stava meglio quando si stava peggio”.
Quindi no, non dobbiamo “tornare al 2016” come se fosse un Eden. Quello che possiamo fare, però, è recuperare alcuni comportamenti e alcuni valori digitali che nel frattempo abbiamo perso: la spontaneità, l’imperfezione, una leggerezza non performativa, e l’idea che i social possano essere anche un luogo di relazione, non solo di distribuzione.
Cosa possiamo recuperare dal 2016 per vivere meglio il 2026
Se questo trend ci sta dicendo qualcosa, allora vale la pena trasformarlo in azione. Secondo me il punto non è “postare come nel 2016” per nostalgia estetica, ma recuperare quell’aria mentale: pubblicare ogni tanto senza la paranoia di ottimizzare tutto, come un diario e non come una campagna.
Tornare a mostrare più processo e meno packaging, perché la fiducia nasce spesso da ciò che è imperfetto e reale, non da ciò che è lucidato. Usare l’intelligenza artificiale in modo strategico, sì, ma senza delegare l’identità: l’AI può aiutarti a lavorare meglio, non deve sostituire la tua voce. E soprattutto rimettere le persone al centro: non “audience”, non “target”, ma relazioni, commenti veri, scambi che non sono funnel e community che non esistono solo finché performano.
Infine, accettare di nuovo l’imperfezione visiva: una foto sgranata, un video sporco, un frame storto non sono necessariamente errori, se trasmettono verità. A volte sono l’unica cosa che buca davvero lo schermo.
Conclusione: non vogliamo il 2016. Vogliamo sentirci di nuovo reali.
Questo trend durerà ancora un po’, poi sparirà. È normale. Ma quello che ha scoperchiato non sparisce: una nostalgia collettiva per un internet meno pesante, meno predittivo, meno finto.
Il 2016 è solo un simbolo comodo: dieci anni fa, prima che tutto diventasse ottimizzato, monetizzato, iper-competitivo, saturato. Prima che la velocità diventasse un valore. Prima che la creatività fosse messa a confronto, ogni giorno, con la macchina.
E allora forse la domanda giusta non è “perché tutti postano il 2016”. La domanda giusta è: che cosa ci manca così tanto da doverlo cercare lì?
Se la risposta è “umanità”, “leggerezza”, “contatto”, “verità”… allora abbiamo già in mano la direzione. Non per tornare indietro. Ma per costruire un 2026 che assomigli di più a noi.
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