5 Film da Vedere per Imparare, Migliorare e Ispirarsi in Fotografia
Quando cerchiamo ispirazione per la nostra fotografia, la prima cosa che facciamo è pensare ai grandi fotografi: guardiamo le loro immagini, li studiamo, ci perdiamo nei libri, nei video, nei tutorial. È il percorso più “logico”.
Eppure, se devo essere onesto, uno dei modi più efficaci che ho trovato per crescere — e lo faccio da sempre, spesso anche senza accorgermene — è guardare film. Perché il cinema è una scuola perfetta di linguaggio visivo: una scena è un frame che respira, un’inquadratura è una decisione, la luce è una scelta narrativa, il colore è psicologia. E quando un film ti rapisce anche solo per una frazione di secondo, quella frazione diventa una reference che ti rimane addosso e, prima o poi, ti esce nelle foto.
La cosa bella è che questo “allenamento” è semplice: la sera guardiamo tutti qualcosa, quindi non è uno sforzo extra. Non devi per forza uscire ogni volta a sperimentare, a cercare l’epifania in strada. Puoi studiare anche così, con naturalezza, lasciando che l’occhio si faccia educare dal ritmo di chi costruisce immagini per vivere.
La lista di film che meriterebbe di essere in questa selezione sarebbe infinita. Quindi ho scelto cinque titoli, quelli che ricordo con più nitidezza, quelli che mi hanno toccato di più, anche per ragioni personali. Non è una classifica oggettiva. È una lista mia, onesta, con cui spero di darvi qualche spunto.
Chi sono io e perché questo articolo ti è utile
Mi chiamo Walter Stolfi [scopri di più su di me] e lavoro con la fotografia come con una lingua: viaggio, cammino, osservo, mi infilo nelle strade e nelle pieghe dei posti, e provo a raccontare quello che vedo in modo che resti. Street, viaggio, storytelling: per me non sono categorie, sono un modo di stare nel mondo.
E proprio perché vivo di immagini, ho sempre avuto un’ossessione: capire perché alcune immagini ti entrano dentro e altre ti scivolano addosso. Nel tempo ho capito che non basta studiare la tecnica, né basta guardare i maestri. Serve allenare l’occhio alla regia invisibile delle cose: la distanza, l’attesa, la luce che arriva da un posto preciso, il colore che diventa emozione, lo spazio che racconta potere o fragilità.
Questo articolo nasce da lì: non è una lista “cinefila”, è un set di film che puoi usare come palestra concreta per fotografare meglio. E se fotografi viaggi, strada, persone, atmosfere — o se semplicemente vuoi costruirti uno stile più riconoscibile, qui dentro trovi cinque mondi visivi che, se li guardi nel modo giusto, ti cambiano le foto.
Come guardo un film “da fotografo”, senza rovinarmi il film
Io faccio così: la prima volta mi lascio portare dalla storia, senza analizzare niente. La seconda volta, invece, mi concedo un lusso che sembra banale ma è potentissimo: mi fermo mentalmente su dieci momenti e mi chiedo cosa mi ha preso. Non “che bello”, ma perché.
Cerco la luce e mi domando se è dura o morbida, se è naturale o costruita, se arriva di taglio o dall’alto. Guardo lo spazio e mi accorgo se il frame sta dando aria al soggetto o lo sta schiacciando. Sento i colori e capisco se stanno raccontando calore, nostalgia, disagio, desiderio, paura. E poi mi faccio la domanda più importante: quella scena la ricorderei anche senza dialoghi? Se la risposta è sì, allora lì c’è una lezione di fotografia.
CORSI DI FOTOGRAFIA
Hai presente quando un film ti resta addosso non per la trama, ma per un’inquadratura? Una luce. Un colore. Un frame che ti rapisce per mezzo secondo e ti fa pensare: “ok, io voglio fotografare così”. Per questo ho creato due percorsi che si incastrano perfettamente con l’articolo:
Fotografia Base, se vuoi imparare a padroneggiare luce, esposizione e composizione senza confusione (anche partendo da zero o da smartphone).
Street Photography, se vuoi smettere di aspettare la foto perfetta e iniziare a costruire storie vere in strada, con sicurezza, intenzione e uno stile più riconoscibile.
1) In the Mood for Love (Wong Kar-wai, 2000)
Tutti i film di Wong Kar-wai andrebbero visti ma puoi iniziare (se non lo hai già fatto) inziare con questi due: In the Mood for Love e Chungking Express.
Regia: Wong Kar-wai
Fotografia: Christopher Doyle, Mark Lee Ping-bing
La trama
In the Mood for Love (2000) è ambientato nella Hong Kong degli anni Sessanta. Due vicini di casa scoprono che i rispettivi coniugi hanno una relazione. Tra loro nasce un legame sottile, trattenuto, fatto di sguardi e di silenzi. È un film sull'amore non detto, su ciò che si desidera e non si tocca, su una malinconia che non trova sfogo.
Chungking Express (1994) invece è più frammentato, più urbano, contemporaneo. Due storie parallele ambientate tra i vicoli di Hong Kong, tra poliziotti e personaggi in transito — emotivamente ed esistenzialmente.
Perché è essenziale per un fotografo
Wong Kar-wai è forse il regista che amo di più in assoluto, e non è una posizione che cambio facilmente. La sua fotografia è astratta nel senso più nobile del termine: non descrive, evoca. I grandangoli usati in modo quasi distorto, le luci calde che filtrano attraverso tendine e veneziane, i ralenti che trasformano un gesto banale in qualcosa di eterno, i colori, rossi, verdi, ambra, che non sono mai decorativi ma emotivi.
Guardando i suoi film capisci cos'è davvero la luce ambiente: non qualcosa da correggere, ma qualcosa da abitare. I frame esterni, le strade bagnate di pioggia, i neon della città che si riflettono sui marciapiedi, tutto questo è fotografia urbana al suo massimo livello. E l'amore che racconta ti entra dentro in un modo difficile da spiegare. Ti fa venir voglia di avere quella storia d'amore, e soprattutto ti fa capire cosa significa davvero raccontare un'emozione attraverso un'immagine.
Consiglio di iniziare da uno di questi due o da entrambi nella stessa serata. Poi scoprirete da soli che volete vedere tutta la sua filmografia.
2) Dogman (Matteo Garrone, 2018)
Tra i film italiani di un certo tipo, il primo che mi è venuto in mente è questo: Dogman.
Regia: Matteo Garrone
Fotografia: Nicolaj Brüel
La trama
Dogman (2018) racconta la storia di Marcello, un toelettatore di cani che vive in una periferia degradata e senza nome. È un uomo mite, quasi invisibile, che cerca di barcamenarsi tra l'affetto per la figlia, il suo piccolo negozio e un'amicizia tossica con Simone, un bullo violento e imprevedibile che lo trascinerà verso una spirale da cui non riuscirà a uscire.
Perché è essenziale per un fotografo
Garrone è un italiano che sa raccontare l'Italia senza pietismi e senza trucchi. La periferia in Dogman potrebbe essere qualsiasi posto: Roma Sud, una zona industriale del Nord, una città di mezzo. È volutamente anonima, e in questo anonimato c'è tutta la sua forza fotografica.
Quello che mi ha colpito di più è la colorimetria. La palette cromatica è desaturata, terrosa, quasi senza colori primari. Tutto sembra consumato, sbiadito e questo non è mai un difetto tecnico, è una scelta narrativa precisa. Stai guardando un mondo che ha esaurito la sua bellezza. Le inquadrature sono eccezionali: Garrone sa come usare lo spazio intorno ai suoi personaggi per comunicare isolamento, pressione, fragilità.
Il film tocca qualcosa di difficile da maneggiare, la stupidità umana, la debolezza, la violenza gratuita con una delicatezza quasi di vetro. Ed è proprio questa tensione tra il contenuto ruvido e la forma visiva controllata che lo rende un capolavoro anche dal punto di vista fotografico. Da lui puoi imparare moltissimo su come usare la colorazione di un'immagine non per abbellirla, ma per raccontarla.
3) Parasite (Bong Joon-ho, 2019)
Questo film Parasite mi ha fatto scoprire il cinema coreano, da questo poi ho scoperto piacevolmente altri titoli di tutto rispetto e tante serie.
Regia: Bong Joon-ho
Fotografia: Hong Kyung-pyo
La trama
Parasite (2019) segue la famiglia Ki-taek, povera e senza lavoro, che trova il modo di infiltrarsi uno a uno nella vita della ricca famiglia Park, fingendo identità e competenze. Quello che sembra un gioco di inganni brillante e quasi divertente si trasforma poco a poco in qualcosa di molto più oscuro e imprevedibile. Un classico dei film coreani che trattano spesso il tema delle differenze sociali. È il primo film sudcoreano a vincere la Palma d'Oro a Cannes e il primo film straniero nella storia a vincere l'Oscar come Miglior Film.
Perché è essenziale per un fotografo
Quando l'avete guardato, vi sarà venuto spontaneo pensare: "Ecco perché ha vinto l'Oscar." E non solo per la sceneggiatura o per la regia, ma perché è un film dove ogni inquadratura comunica qualcosa di preciso.
La lezione fotografica principale di Parasite è l'uso degli spazi. La casa dei Park è ampia, luminosa, ariosa — piena di vetro e di luce naturale. Il seminterrato dove vive un'altra famiglia è buio, claustrofobico, soffocante. Bong Joon-ho usa la geografia degli spazi per raccontare la disuguaglianza sociale senza bisogno di una sola parola di commento. Le scale scendono sempre verso qualcosa di più oscuro. Le finestre mostrano sempre meno cielo man mano che si scende.
Per noi fotografi, Parasite è una masterclass sull'uso della composizione in spazi angusti e su come la luce, o la sua assenza, possa essere il vero protagonista di un'immagine. Ogni scena sembra pensata fotogramma per fotogramma, e questo si sente.
4) Memorie di una Geisha (Rob Marshall, 2005)
Uno dei miei film preferiti in assoluto, trama, fotografia, colorazione tutto perfetto. Un film eterno da rivedere più volte.
Regia: Rob Marshall
Fotografia: Dion Beebe
La trama
Memorie di una Geisha (2005) racconta la vita di Chiyo, una bambina povera venduta a una okiya (una casa di geishe) nella Kyoto degli anni Trenta. Attraverso sacrifici, rivalità e un amore impossibile, Chiyo diventa Sayuri, una delle geishe più celebri del suo tempo. È una storia di trasformazione, di bellezza come prigione e come libertà, ambientata in un Giappone che non esiste più.
Perché è essenziale per un fotografo
Questo è uno dei miei film preferiti in assoluto, e ogni volta che lo riguardo trovo qualcosa di nuovo da osservare. È forse il film di questa lista in cui la fotografia è più esplicitamente al centro di tutto, colori, luci, inquadrature, scelta delle focali: ogni elemento è curato in modo quasi maniacale.
Dion Beebe ha vinto l'Oscar per la fotografia, e guardando il film si capisce perché. I colori sono costruiti con una precisione straordinaria: i kimono, le lanterne, i ciliegi in fiore, tutto segue una palette coerente che cambia con l'umore della storia. Le scene al tramonto, le luci soffuse degli interni, i contrasti tra ombra e luce nelle strade di Kyoto sono materiale fotografico puro.
C'è poi una lezione più sottile: la scelta delle focali ottiche. Certi momenti vengono raccontati con obiettivi lunghi che comprimono lo spazio e isolano i soggetti. Altri con focali più corte che inseriscono il personaggio nell'ambiente. Non è mai casuale. Studiare questo film da questo punto di vista, con la mente del fotografo, è un'esperienza che consiglio a chiunque voglia capire davvero la relazione tra focale, luce e narrazione visiva.
E poi c'è la storia, che ti fa capire qualcosa di quella cultura, di quegli anni, di come l'amore, anche il più impossibile, non conosca confini. Questo non ha nulla di tecnico, ma ha tutto a che fare con l'empatia che un fotografo deve avere per raccontare le persone.
5) Taxi Driver (Martin Scorsese, 1976)
Un film iconico di un grande regista, è un viaggio dentro la mente umana.
Regia: Martin Scorsese
Fotografia: Michael Chapman
La trama
New York, metà anni Settanta. Travis Bickle è un ex marine reduce dal Vietnam, che non riesce a dormire e guida il taxi di notte per riempire il vuoto. Osserva la città come se fosse un inferno e in parte lo è: prostitute, criminali, corruzione ad ogni angolo. Nella sua mente, lentamente, cresce l'idea di fare qualcosa. Di pulire tutto. Il film è una discesa nella psicologia di un uomo al limite, interpretato da un Robert De Niro in stato di grazia.
Perché è essenziale per un fotografo
Taxi Driver è del 1976, ma fotograficamente parlando non ha un solo anno. È un film su cui si può studiare quasi all'infinito, e ogni visione regala qualcosa di nuovo.
Prima di tutto, la pellicola. La grana, i colori desaturati, i neri profondi, tutto quello che oggi si cerca di replicare in post produzione con i preset vintage è qui nella sua forma originale e autentica. Guardare Taxi Driver è capire perché certa estetica analogica ha ancora così tanto potere emotivo. Non è nostalgia: è che quella resa visiva porta con sé qualcosa di fisico, di concreto, che il digitale da solo fatica a eguagliare.
Poi c'è l'uso della luce notturna urbana: i neon che colorano l'asfalto bagnato, le ombre pesanti tra un lampione e l'altro, i volti illuminati solo dalla luce che entra dal finestrino del taxi. È fotografia di strada portata nel cinema al suo estremo più evocativo. Michael Chapman ha costruito ogni scena come se fosse uno scatto documentaristico e questa scelta rende tutto brutalmente reale.
E infine, la psicologia. Taxi Driver riesce a farti entrare dentro la testa di un personaggio senza che lui ti spieghi quasi nulla. Lo fa attraverso le immagini: cosa guarda Travis, come lo guarda, da quale angolazione. Questa è la lezione più importante per un fotografo ritrattista: il punto di vista non è solo una scelta compositiva, è una scelta psicologica. Un must assoluto, senza nessuna riserva.
Conclusione: il cinema è scuola di sguardo
Il salto di qualità, secondo me, arriva quando smetti di usare questi film come “ispirazione generica” e inizi a usarli come grammatica.
Prendi un solo film e, per una settimana, vivi con la sua atmosfera addosso. Non devi copiare le scene, devi replicare la sensazione. Se Wong Kar-wai ti ha lasciato nostalgia e desiderio, vai a cercare corridoi, vetri, luci calde e sguardi trattenuti. Se “Dogman” ti ha lasciato polvere e umiliazione, fotografa periferie e luce piatta senza scuse. Se “Parasite” ti ha fatto sentire lo spazio come potere, lavora con scale, livelli, linee e distanze. Se “Geisha” ti ha ipnotizzato con la disciplina, fai un progetto sui rituali e sulle texture. Se “Taxi Driver” ti ha lasciato inquietudine, cerca riflessi notturni e solitudini vere.
È qui che la fotografia smette di essere solo tecnica e diventa linguaggio.
Questi cinque film non li ho scelti perché sono i "migliori" in assoluto per la fotografia, esistono decine di altri titoli che potrebbero stare in questa lista. Li ho scelti perché mi hanno lasciato qualcosa di concreto: un'immagine, una luce, un modo di vedere che ho fatto mio nel tempo.
Guardare film con l'occhio del fotografo non significa analizzare ogni scena con distacco accademico. Significa lasciarsi colpire e poi chiedersi perché. Perché quella scena mi ha fermato? Cosa c'era in quella luce? Perché quell'inquadratura mi ha dato una sensazione fisica?
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